Giuseppe Uva: ucciso? Da chi?

di Luigi Manconi e Valentina Calderone

La lotta della sorella Lucia in un processo senza soluzione. Un racconto agghiacciante Quella che segue è la testimonianza, da noi raccolta nel febbraio del 2010, di Lucia Uva, sorella di Giuseppe: «Eravamo al casello, quasi arrivate in Puglia. Abbiamo girato la macchina e siamo tornate a Varese. Appena sono entrata nella camera dell’obitorio e l’ho visto conciato in quel modo, così trasandato, vecchio, come una persona che è stata per strada per tanto tempo, ho detto subito a mio marito che quello non era Pino. Ho smesso di piangere e ho iniziato a guardarlo. L’avrò guardato per un quarto d’ora senza dire una parola. Poi ho chiesto: “Ma che cos’ha al naso?”. E mia sorella: “Eh, ci hanno detto che si picchiava, che dava delle botte contro un tavolo”. Mi avvicino ancora, gli metto una mano sulla testa e sento un bozzo dietro la nuca. E le mie sorelle: “Ci hanno detto che batteva la testa contro i muri e picchiava contro i mobili”. Allora chiedo dov’era stato Pino quella notte, e loro: “Era pieno di droga, era in un bar e lo ha distrutto”. Così come sapevo che beveva, ero altrettanto certa che Pino non si drogava. E quando mi dicono che era stato in compagnia di Alberto la sera prima, lo faccio chiamare. Alberto è arrivato in ospedale e ha iniziato a raccontare quello che era successo; mi ha detto che, in caserma, aveva sentito che Pino veniva picchiato e urlava: “Basta, basta”. Allora ho detto a tutti di andare fuori. Siamo rimasti dentro io, Alberto, mia sorella Carmela e mio cognato e ho lasciato mio figlio fuori dalla porta a controllare che nessuno entrasse». Il racconto di Lucia Uva continua così: «Mi sono messa a guardare mio fratello. Sulla mano aveva un livido enorme. Prendo la macchina fotografica e inizio a scattare. Su tutto il fianco era blu. Sono sicura che non erano i segni dell’ipostasi; io ne ho visti di morti: ho vestito mio zio, mia zia e quei segni erano lividi. Poi vedo il pannolone. E mi chiedo: perché aveva il pannolone? Mia sorella prende il sacchetto in cui c’erano i pantaloni e li guardiamo. Erano pieni di sangue sul cavallo. Metto via i pantaloni e guardo le scarpe da ginnastica che gli avevo comprato io dieci giorni prima e che adesso erano tutte consumate. Gli slip non c’erano. Gli ho tolto il pannolone e ho visto il sangue. Gli sposto il pene e vedo che aveva tutti i testicoli viola e una striscia di sangue che gli usciva dall’ano». Conclude Lucia Uva: «In quel momento ho giurato che avrei fatto tutto il possibile per arrivare alla verità sulla sua morte». Quella di Giuseppe Uva, operaio di quarantatré anni morto a Varese il 14 giugno del 2008, è una delle tante vicende di abusi da parte delle forze di polizia che, come associazione “A Buon Diritto”, abbiamo seguito negli ultimi quindici anni, ed è tra le più esemplari. Nel ricostruirla e analizzarla, possiamo trovare una quantità di elementi utili a evidenziare alcune dinamiche che intrecciano illegalità di Stato, spirito di corpo, malagiustizia e responsabilità medica. Soprattutto, la storia di Uva è un esempio lampante di come la conclusione dell’iter giudiziario possa non restituire affatto la verità di quanto accaduto e non assicurare giustizia per una morte che presenta ancora molti lati oscuri e suscita dubbi e interrogativi destinati a rimanere senza risposta. Il titolo di questo libro, La vita rubata, è decisamente appropriato. Una vita presa, strappata, buttata via, quella di Giuseppe Uva, rubata appunto come fosse cosa di poco conto e di nessun valore, come il furto di un’autoradio o un qualunque altro reato ormai endemico nella vita notturna di una città.
Ma la vita di Uva non era insignificante e trascurabile, come nel suo e in molti altri casi si è cercato di fare intendere per deprezzarne la morte: era un tossico, un ubriacone, un barbone. Sostantivi che vorrebbero evocare in chi li ascolta un solo pensiero: se l’è cercata.
Dunque, è stato pressoché automatico voler classificare Uva all’interno di categorie marginali e socialmente disturbanti, attraverso un processo di stigmatizzazione del suo stile di vita. Ne deriva un dispositivo, mediatico e processuale, che porta al ribaltamento dei ruoli e alla colpevolizzazione delle vittime, e che passa attraverso l’indagine (e il discredito) sulla vita privata del soggetto e su quella dei suoi familiari. L’intento è quello di diffamare la vittima, di squalificarne l’esistenza e le relazioni personali, così che la violenza subita e il suo esito mortale ne vengano in qualche modo ridimensionati e svalutati. Chi non accetta questi processi di degradazione della persona e quel meccanismo di “doppia morte” (quella fisica e quella dello sprezzo per la sua personalità) dispone di una sola arma: quella dell’azione pubblica. L’iniziativa giudiziaria, l’intervento politico e quello parlamentare, l’attività di comunicazione e di mobilitazione civile. Ovvero la volontà di cercare, agendo nella sfera pubblica, i colpevoli di una morte “senza colpevoli”.
Così è accaduto che, per una serie di vicende di abusi di polizia, gruppi di cittadini abbiano sostenuto la mobilitazione dei familiari (di Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Michele Ferrulli, Riccardo Magherini…) che pretendevano ciò che si dovrebbe dare per scontato. E cioè la conoscenza della verità su quanto accaduto (all’interno di una caserma, nella cella di un carcere, nel reparto detentivo di un ospedale…) nella consapevolezza della sofferenza che ciò comporta: una fatica immensa che richiede di mettere in campo tutte le proprie energie, il proprio corpo, la propria intelligenza, le proprie lacrime, e che costringe a rinunciare a una parte del proprio lutto – che richiede per sua natura intimità e riservatezza – per consegnarla all’opinione pubblica e farne occasione e sostanza di azione collettiva.
La scelta di questo libro è quella di far parlare gli atti giudiziari, lavorare su estratti di documenti ufficiali, udienze e sentenze dei tanti processi che si sono susseguiti, per evidenziare incongruenze e contraddizioni e silenzi. Domande senza risposta, ma molti fatti incontrovertibili: un pubblico ministero sanzionato sul piano disciplinare per le omissioni durante l’indagine e per un interrogatorio al testimone oculare che mortifica le regole processuali dello Stato di diritto (vedi su YouTube l’interrogatorio ad Alberto Biggiogero); l’anomalia del fatto che quella notte tutte le forze dedicate al pattugliamento della città di Varese, sei poliziotti e due carabinieri, siano state impiegate per ore nel “contenimento” di Uva e dell’amico Biggiogero; i lividi, le lesioni e il sangue sul corpo e sul volto di Giuseppe; l’assenza di un qualsiasi documento relativo al fermo o all’arresto della vittima. Davvero un pubblico ministero può omettere atti fondamentali e ritardare le indagini quando di mezzo c’è la morte di un uomo? Davvero è necessario che otto tra poliziotti e carabinieri si ritrovino per ore a “occuparsi” di due persone che hanno ecceduto con l’alcol? E davvero tutto questo può essere fatto, accettato e archiviato, senza il minimo rispetto per le garanzie previste dalla legge? Non avremo mai delle risposte giudiziarie alle nostre domande. O meglio, le abbiamo avute ma sono risultate totalmente deludenti. Ed è per questo che dobbiamo continuare a chiedere – meglio: esigere – chiarezza e trasparenza, ogni qualvolta si ripetano circostanze quali quelle della morte di Uva; e vigilare affinché il ricorso alla violenza da parte di chi è titolare dell’uso legittimo della forza non venga mai derubricato a “spiacevole incidente”.
Per questo ogni contributo, come il libro che avete tra le mani, rappresenta un tassello in più, nel tentativo di colmare le lacune e di contribuire alla formazione di una coscienza collettiva, consapevole dei meccanismi di potere che interferiscono con le nostre vite e possono arrivare a minacciarle e a insidiarle.
A Giuseppe Uva quella vita è stata rubata: sta a noi ricordarla e renderla sostanza di un lavoro della memoria capace di impedire all’oblio di prevalere.
Nel corso di questi lunghi e dolorosi anni, a parlare di Giuseppe Uva è stata, senza sosta e senza tremore, la voce della sorella Lucia. Si è realizzato un singolare evento: la scomparsa violenta di Giuseppe ha dato forza, fino a una implacabile presenza pubblica, a una donna che ne porta il cognome e che ne ha voluto perpetuare il ricordo attraverso una inesausta domanda di verità e di giustizia.
Torniamo all’inizio di questo nostro testo: Lucia fotografa il corpo martoriato del fratello e decide di non tacere. E lei, la cui vita fino ad allora era stata interamente dedicata al lavoro e alla famiglia, diventa quello che abbiamo voluto chiamare un soggetto pubblico. Per due ragioni. Innanzitutto, perché Lucia si trova costretta a frequentare la sfera pubblica (i mass media, le organizzazioni politiche, il sistema istituzionale) per portarvi la verità sulla vita e sulla morte del fratello e le ragioni della propria battaglia civile. In secondo luogo, perché Lucia, come si è detto, fa del proprio lutto – una delle più intime esperienze umane – una questione pubblica. La morte iniqua di Giuseppe non è solo motivo di sofferenza privata, incubo assillante e assenza definitiva. Diventa, come è accaduto in altre vicende simili, una problematica politica, che rimanda, cioè, al tema eterno e cruciale del rapporto tra l’individuo e il potere.
Nel momento in cui quel rapporto passa attraverso il controllo diretto (e fisico) di uomini dello Stato sul corpo del cittadino, ci ritroviamo nel cuore profondo degli interrogativi fondamentali sulla natura democratica dello Stato. Quest’ultimo fonda la propria legittimazione giuridica e morale sul patto stretto con i cittadini, ai quali garantisce la tutela dell’incolumità in cambio della loro ubbidienza. Lo Stato, di conseguenza, deve assicurare protezione ai cittadini contro i nemici interni (la criminalità, il terrorismo…) e i nemici esterni (eserciti stranieri) e chiede, in cambio, il rispetto della legge e delle leggi. Se e quando lo Stato non garantisce l’incolumità (quella fisica, innanzitutto) dei membri della comunità, entra in una crisi che ne può determinare la dissoluzione. Tanto più quando lo Stato, i suoi apparati, i suoi uomini non solo non tutelano l’integrità fisica e psichica degli appartenenti alla collettività, ma sono essi stessi ad aggredirla. È questo il caso, esemplarmente, dell’individuo il cui corpo è nella custodia dello Stato, dei suoi apparati, dei suoi uomini: Giuseppe Uva, come Stefano Cucchi, come Federico Aldrovandi e una lunga schiera, quasi sempre anonima, di loro simili.
Ecco perché il ruolo di Lucia Uva è stato ed è così importante: perché ha mostrato impietosamente la miseria di uno Stato incapace di proteggere un uomo affidato al suo controllo. Lucia Uva non esce sconfitta da questa brutta storia: il suo primo scopo, ce lo dicemmo dieci anni fa, era quello di restituire l’onore al proprio fratello. Ce l’ha fatta.Luigi Manconi Valentina Calderone(www.bottegaeditoriale.it/primopiano.asp?id=261

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